LIBERO MERCATO O LIBERO UOMO?

2 09 2009

La necessità in tempi di crisi di far ripartire le nuove strategie imprenditoriali dall’uomo e dal suo benessere.

di Indra Galbo

In tempi di crisi mondiale, dovuta principalmente alle ormai conosciute e cicliche conseguenze del sistema liberista, le differenze tra occidente e oriente vengono rese evidenti anche nel modo di affrontare la congiuntura economica negativa. Questo avviene fondamentalmente perché diverse sono state le ripercussioni che questa ha avuto nelle aree economiche del mondo: USA-UE, America latina, Cindia.
Possiamo rilevare varie cause per questa ennesima crisi: finanziarie (finanza creativa, scarsa regolamentazione bancaria, speculazioni), industriali (assenza di investimenti e di idee, pochi investimenti nei settori ricerca e sviluppo), politico-militari (spese belliche sproporzionate rispetto a quelle per lo stato sociale).
In questa realtà le aree economiche si comportano in modo differente perché diverse sono le esigenze di intervento. Stati Uniti ed Europa, che in proporzione stanno soffrendo maggiormente gli effetti della crisi, stanno tentando reazioni estreme anche contro gli interessi dei propri cittadini: nazionalizzazione degli istituti di credito, licenziamenti, cassa integrazione, nessun tipo di investimento e ammortizzatori sociali sostanzialmente inadeguati.


In Sud America, dove in alcuni paesi si sta percorrendo da diversi anni un percorso politico di impronta neo socialista (con molte differenze tra i paesi che hanno scelto questa via) si stanno prendendo decisioni (ad esempio in Venezuela) come l’aumento del 30% del salario minimo per tutti al fine di far ripartire i consumi. Cina e India differentemente, stanno subendo la crisi non come una recessione, ma come una forte riduzione della crescita che però sta bloccando lo sviluppo degli indotti condizionando cosi il lavoro di molte fabbriche (in India è stata rinviata di molti mesi l’uscita sul mercato della Tata Nano) e, dal punto di vista sociale, sta lasciando invariata la tragica realtà di milioni di lavoratori già pesantemente sfruttati sia dalle aziende locali che dalle multinazionali presenti.
Date le diverse conseguenze che la crisi sta avendo nel mondo, si possono prevedere anche diverse strategie imprenditoriali da adottare: in Asia possiamo pensare al miglioramento degli indotti industriali, in Europa allo sviluppo della ricerca e al potenziamento delle partnership aziendali, o alla maggiore regolamentazione del sistema bancario e finanziario statunitense. Queste però potrebbero rivelarsi soluzioni fittizie in quanto ciò che veramente produce crisi a livello globale è la trasformazione del cittadino in mero produttore/consumatore di beni e servizi. Ciò non deve essere inteso come una critica nei confronti del Lavoro, ma come piuttosto una critica nei confronti dell’uso che se ne fa: non più come fine per il benessere sociale quanto piuttosto come uno strumento di produzione materiale, materialistica e consumistica.
I cambi di strategie imprenditoriali dovrebbero quindi ripartire sulla base di due aspetti: da una parte una rivoluzione verde (non quella “green revolution” che 70 anni fa ha ucciso le economie agricole locali) che sia in grado veramente di rinnovare I sistemi produttivi in senso ecologista, e dall’altra il fatto di partire da uno dei principi kantiani che hanno fondato la morale illuministica e cioè di rapportarsi agli uomini sempre come fine e mai come mezzo.

foto di Indra Galbo

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