Il totalitarismo spettacolare che si è trasformato in governo

22 09 2009

Flore Murard-Yovanovitch

CINEMA La tv è arrivata a colonizzare l’immaginario degli italiani, standardizzandone sogni e valori.Videocracy di Erik Gandini descrive un popolo in coma e i legami tra la piramide del sistema televisivo e i meccanismi più o meno sottili del potere.


In questo mese di settembre vagamente “dissociato”, le notizie rimbalzano tra veline e clandestini. Cosa c’entrano i migranti lasciati morire nel Mediterraneo e un popolo intero aspirante “velino”? Videocracy, il film di Erik Gandini (nato a Bergamo, residente da tempo in Svezia) sul sistema televisivo italiano dà un abbozzo di risposta su un immaginario malato. Il film ricostruisce trent’anni di crescita dei canali Mediaset, per giungere al grande finale: un gruppo di ragazze qualunque che ondeggiano i fianchi fino allo stremo delle forze pur di venire inquadrate da una telecamera… Degrado dell’immagine femminile in un’Italia al 67esimo posto nelle pari opportunità.

Eppure Videocracy svela non soltanto questo, ma anche l’esibizionismo, l’indifferenza e il vuoto affettivo che crea la tv. La natura di un potere cioè che si insinua in ogni casa, in ogni mente, fino ad abitarne i sogni e a piegarli interamente ai suoi “disvalori” (Nanni Moretti). L’80 per cento degli italiani utilizza infatti la tv come principale fonte di informazione e se l’informazione è negata: addio! Non a caso il trailer del film è stato censurato dalla Rai: si sarebbe potuto credere che «attraverso la tv il governo berlusconiano orienta subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore e assicurandosene il consenso» (motivazione di censura dello spot). Niente di nuovo nella società dello spettacolo, un topos mille volte analizzato, lucidissimamente: dai situazionisti a oggi.

Eppure questo film è un colpo allo stomaco. Ne esci sconvolto, cerchi al buio i volti e le parole degli altri spettatori, vorresti non tornare a casa come se niente fosse e spezzare la catena di alienazione collettiva. Nella nostra società lo schermo è diventato “tutto”. Si vuole apparire, essere visti per esistere. Un po’ come su Facebook, dove conta più l’immagine di se stessi del reale rapporto con gli “amici”. In fondo, questo film racconta anche la violenza dell’assenza di un’identità umana, come quell’operaio di una periferia bresciana che piega la propria vita a un sogno-incubo: essere per un istante un personaggio della scatola, identificata come successo, soldi e femmine. Una specie di agghiacciante medioevo totalizzante, dove i famosi della tv – i nobili – si fanno adorare dal pubblico – i servi. Come lo chiama giustamente Andrea Inglese sulle pagine di Nazione Indiana, questo è “fascismo estetico”.

E se uno non si fosse abbastanza convinto di ciò, basta guardare attentamente lo spot della canzone «Meno male che Silvio c’è» dove un popolo lieto canta di fronte al fascista Palazzo della Civiltà del lavoro (il cosiddetto Colosseo quadrato dell’Eur). Non è un dettaglio: è un chiaro riferimento che dice della continuità tra due regimi. L’inchiesta diventa appassionante quando si addentra nella mente dei produttori della tv berlusconiana. In particolare in una sua testa pensante: Lele Mora. Come in una realtà degna di Orwell, questo tv agent seleziona e “cresce” i futuri “personaggi” nella sua bianca villa sulla Costa Smeralda e detta una specie di ordine di propaganda.

Non è un segreto per nessuno che nel suo cellulare ostenti, fiero, inni fascisti e svastiche, che lui trova “carini”… Un legame vistoso e deleterio corre, infatti, tra le arcane quinte del sistema televisivo italiano e l’ideologia fascista. Domenico Procacci, factotum della Fandango che distribuisce Videocracy, dice: «Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi, come Viva Zapatero o Il caimano, che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che l’Italia è davvero cambiata». Unico segno positivo: erano anni che in una sala capitolina non si sentiva il pubblico reagire, borbottare e applaudire.

da indymedia

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One response

12 10 2009
Gray Moon Gallery

Ho trovato una pittura contemporanea sul tema “totalitarismo” :
Rinascimento  by Jan Theuninck, 2009

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