IL MACCARTISMO MADE IN ITALY

8 10 2009

Come un pensiero di 50 anni fa può risorgere nel 21esimo secolo? (E soprattutto… mangiano ancora i bambini?)

Il 9 febbraio 1950 durante il celebre “discorso di Wheeling, il senatore repubblicano  del Wisconsin Joseph McCarthy tira fuori un pezzo di carta dichiarando di avere una lista di 205 sospetti comunisti operanti all’interno del Congresso. Il periodo era sicuramente uno dei più tesi nei rapporti tra URSS e USA e per questo anche le farneticanti dichiarazioni di un politico alcolizzato vennero prese sul serio dalla Casa Bianca.

La paura del comunista (o meglio definita come “paura rossa”) infiltrato nelle istituzioni statunitensi era alta anche in seguito all’emersione di alcuni casi di spionaggio e al crescente successo della Rivoluzione di Mao in Cina.

Con la sua figura predominante nei mass media dell’epoca, McCarthy potè accusare di simpatie rosse personaggi come Charlie Chaplin, Walt Disney e Arthur Miller.

Come possiamo intendere uno dei suoi maggiori punti di forza era l’influenza che il senatore aveva sul mondo del giornalismo e in generale sulla stampa.

In Europa il termine “maccartismo” ebbe scarso eco in quanto la presenza di partiti comunisti arginò questo movimento. Arginare non significa però il permettere una diffusione endemica di tale paura in determinati periodi storici ed in presenza di determinati personaggi.

L’Italia dei due governi Berlusconi, per quanto sociologicamente e politicamente imparagonabile all’America del dopoguerra, presenta inequivocabili e diffusi tratti di maccartismo spicciolo e di basso profilo: queste ultime due connotazioni sono tali in quanto mentre negli Stati Uniti questo “termine” avrebbe potuto avere anche una seppur minima giustificazione (mantenimento del sistema capitalistico, di un determinato sistema politico e paura della Russia), nell’Italia post 1994 questo sentimento si ritrova in ogni discorso  del Presidente del Consiglio con una chiara allusione non solo ai comunisti ma in generale a tutto lo schieramento politico di centro-sinistra. A parte ciò in questa Italia si può riscontrare una importante analogia con il fenomeno statunitense ossia il rapporto con i media. Le proprietà di Berlusconi in questo ambiente, ed il clima intimidatorio che ha creato nei confronti dei media che non possiede, rendono del tutto simile e particolarmente evidente la presenza di una paura verso il rosso (senza distinguerne la tonalità).

Il maccartismo di casa nostra rientrerebbe quindi in quella ben più vasta operazione di strategia della paura e di abbassamento e livellamento del già basso livello culturale e cognitivo dell’opinione pubblica e del cittadino medio italiano.

Ciò che nel Belpaese risulta particolarmente preoccupante è che, paradossalmente, anche all’interno dei principali partiti di opposizione sono presenti elementi, seppur velati, di maccartismo come se i comunisti in Italia avessero storicamente perseguito una linea politica stalinista. Ciò che traspare è che all’interno dell’opposizione parlamentare si faccia a gara a chi si distacca più dai comunisti creando un clima inspiegabile nei confronti degli elettori e facendo apparire l’opposizione “rossa” un elemento peggiore del centro-destra.

Questo appare inspiegabile in quanto a parte la storica critica al capitalismo ed al liberismo nelle sue svariate forme, il comunismo (soprattutto quello dei partiti europei) si è molto rinnovato negli ultimi 10-15 anni: sono cambiati gli elementi di crisi nella società e sono cambiate le forme di lotta su tematiche quotidiane (precarietà, difesa dello stato sociale, diritti civili, lotta all’omofobia, etc…).

Se volessimo azzardare una teoria “cospirazionista” potremmo dire che, da i dati che abbiamo, il maccartismo all’italiana potrebbe essere considerato un elemento di un ben più vasto disegno politico atto a livellare la maggioranza e l’opposizione di turno su posizioni più simili possibili al fine di cercare di non disperdere voti. Un piccolo fondamento su questa analisi lo potremmo avere se analizziamo, ad esempio, le percentuali di voti che il partito della Rifondazione Comunista aveva quando stava all’interno del Parlamento (sia prima che durante l’ultimo governo Prodi): queste si attestavano tutte tra il 5% ed il 9% (a seconda degli anni, del tipo di elezioni e delle circoscrizioni elettorali). Poi ci fu la poco proficua scelta di costituire la Sinistra Arcobaleno che non ottenne alcun seggio in Parlamento anche a causa della soglia di sbarramento del 4% della legge elettorale firmata Calderoli (e soprannominata da lui stesso Porcellum). Ma la cosa più incredibile è che il PD abbia votato a favore di un referendum elettorale nel giugno 2009 che avrebbe permesso di instaurare un presidenzialismo del quale in Italia faremmo volentieri a meno e che avrebbe sostanzialmente impedito a qualsiasi partito al di fuori di PD e PDL di avere una rappresentanza significativa in termini di seggi.

Potrebbe essere un’evoluzione del maccartismo? Probabilmente si ma il solo cospirazionismo storicamente ha vita breve, mentre la sete di potere è un comune denominatore di tutte le epoche storiche.

Indra Galbo

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