Generazione zero

12 10 2009

Immagine 102Come intrappolata dal bisogno di sentirsi diversa da se stessa, la mia generazione, segue ma non partecipa.

Dal latino Partécipe: che ha o prende parte in chicchessia.“Est autem partecipare quasi partem capere”(da La “Conciliazione” di Platone e Aristotele nel commento di Tommaso D’Aquino al De Hebdomadibus). Partecipare è come prendere parte.È così che una specie partecipa alla natura di un genere; un secondo modo di partecipare è quello del soggetto all’accidente e della materia alla forma, un altro ancora è la partecipazione dell’effetto alla causa ; ciò che è può partecipare a qualcosa. Prendendo « ciò che è », ossia l’ente, in tutta la sua comunità.

 Ho cominciato a capire meglio l’importanza di alcuni concetti quando mi sono avvicinato alla filosofia. A trent’anni  purtroppo, ma non è mai troppo tardi per scoprire nuovi interessi!

Filosofo: dal greco Philòs-sophus amico e sapiente, poi amante della sapienza. Colui che si occupa dello studio di tutto lo scibile umano e specialmente delle verità fondamentali delle umane cognizioni.Il tema dell’individuo nei rapporti con la collettività è ripreso continuamente nella filosofia greca. Platone, per esempio, fa parlare spesso Socrate: “io posso agire autonomamente e responsabilmente solo se mi impegno nella costruzione di un progetto politico di convivenza con gli altri, e  mi prendo sulle spalle anche il loro dolore e la loro gioia. Io sono un soggetto morale e autonomo solo in quanto mi costruisco come tale in relazione con me stesso e con gli altri secondo un medesimo principio”. Queste parole, che possono anche essere discutibili nella forma, fanno intendere quale importanza veniva data, dal filosofo vissuto a cavallo tra il V e il IVsec a.c., a questo aspetto della ragion d’essere dell’individuo, strettamente legata alla collettività.

 Il problema emerge quando ci sentiamo condizionati dal fatto di apparire in un modo o nell’altro etichettati,  chiusi da una morsa soffocante che toglie respiro alla nostra personalità.Ci rifugiamo nell’anonimato privo di responsabilità, apparentemente diverso ma uguale per definizione. Il silenzio ci intrappola nell’egoismo, negandoci la possibilità di condividere ciò che può unirci senza renderci necessariamente uguali.

 Questa riflessione nasce pensando alla mia generazione, nata nella metà degl’ anni 70, e nel modo in cui affronta il futuro. Mi riferisco a quella fascia di miei coetanei, che come me, hanno avuto la possibilità di prendere un diploma o una laurea, e hanno avuto quasi tutto servito su un piatto d’argento.

Tutto ciò che ci è stato dato ci siamo presi, nel bene e nel male.
Effettivamente non abbiamo mai lottato per ottenere qualcosa, se non dopo esser stati colpiti in prima persona da un disagio. Questo ci ha resi individualisti  allo stesso tempo disinteressati e superficiali nell’affrontare i problemi comuni.

 A tal proposito Pierpaolo Pasolini (1922-1975) parlava della degradazione antropologica degli italiani e delle differenze tra l’italiano del dopoguerra e quello “moderno”. (Risulta essere molto attuale l’uomo “moderno” di Pasolini, ciò mi fa pensare che da un paio di generazioni antecedenti alla nostra fino ad ora non sia cambiato molto). Quest’ultimo incapace di prendere decisioni e di risolvere problemi, svuotato di quella capacità di dare valore, non solo alle cose semplici, ma anche a quelle necessarie.Spiega Pasolini: l’italiano del dopoguerra era sovraccarico di responsabilità, allo stesso tempo spigoloso nel mettere da parte donne e ragazzi, ma risolutivo e pieno di energie propositive.

 

Bisognerebbe riflettere su chi o cosa ha svuotato il nostro senso di responsabilità nei riguardi del futuro. Troppo calcio e poco fosforo? Bombardati dal consumismo? Ipnotizzati dalle tv? Ci hanno insegnato a filtrare ogni nostro pensiero con le ideologie?
Probabilmente alla deriva di una realtà virtuale che ci viene propinata a regola d’arte.
Continuo a pensare che non esista una vera “natura dell’uomo”, ma dei comportamenti diversi condizionati dal contesto in cui nascono,  ad eccezione del fatto che, se esiste, è da considerarsi tale quella di avere la capacità di pensare con la propia testa.

 
Credo che abbiamo bisogno di riscoprire senzazioni che possono restituirci il senso della collettività. Vivere l’ agorà, partecipare può risultare molto utile soprattutto alla causa di se stessi. La strada, lo stare l’uno di fianco l’altro per una stessa causa può far scaturire nuove idee, può far uscire aspetti della nostra persona mai esplorati.
E’ importante osservare gli occhi, le espressioni dei volti delle persone che ci circondano. Pensiamo forse di capire ogni cosa attraverso un social-network? Niente a che vedere con l’atmosfera, surreale ed affascinante, che si respira “all’aria aperta”. Sembri far parte di un mondo al quale noi non siamo mai appartenuti.
Poi occorre soprattutto scegliere i miti “giusti”. Sia tra quelli viventi che tra quelli defunti. Non credo sia difficile farlo, basta un minimo di onestà intellettuale.

 Proviamo a ragionare.

Parlando delle traversie politiche a cui assistiamo quotidianamente, sento spesso:

” …a me hanno isegnato a farmi i fatti miei! capito!”
 -come se queste cose non ti riguadassero da vicino, non tanto per te ma almeno per i tuoi figli!-, oppure, “…i nostri politici sono tutti uguali, quindi è meglio non parlarne per non fargli pubblicità.”-che fantasia!..”Antipodi!”- esclamerebbe il mio amico e professore Maurizio.-
 Ancora, ”…io non voto per forma di protesta.”- come se il non-voto sia lo sciopero della fame!- “…al referendum sulla legge elettorale non ho votato perché sapevo che non si sarebbe mai raggiunto il quorum.”
 – mentre cerchi di fare il veggente non ti rendi conto che sei tu il tassello mancante di cui sparli!-
 “…tanto è tutto inutile, il parlarne a cosa serve, chiamatemi solo se c’è da fare la rivoluzione.”- Ipocrita come visione: vuoi fare il coraggioso sapendo che nessuno mai ti verrà a citofonare dicendoti:” ciao che fai? Noi stiamo andando a spaccare tutto, vieni?”-
”… la tua è solamente utopia, ma cosa pretendi di fare?!”-
  io so di non pretendere nulla dagli altri ma solo da me stesso, e non mi precludo un’ idea solo perché può, sembrare, o essere utopica!”-

 Concludendo.

Io non ho la soluzione, questo è chiaro, sarebbe presuntuoso ma soprattutto in contraddizione con quello scritto finora.
La soluzione dobbiamo trovarla assieme, cercando di scindere ogni problema legato al reale. Trascurando totalmente ogni forma di ideologia politico-culturale-religiosa. Poi il resto lo farà la nostra “Ragione” legata al nostro buon senso se ancora ne abbiamo.

Testo e immagine di f.v.

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