Il salvataggio in mare non è reato

13 11 2009

Martedì 17 novembre il Tribunale penale di Agrigento pronuncerà la sentenza di primo grado nei confronti di sette pescatori tunisini accusati del reato di agevolazione dell’ingresso di clandestini per avere condotto a Lampedusa 44 migranti salvati nelle acque del Canale di Sicilia mentre erano in procinto di annegare.
Dopo l’arrivo a Lampedusa i pescatori tunisini venivano rinchiusi nel carcere di Agrigento per settimane. Venivano inoltre, sequestrati i pescherecci Mohammed El Hedi e Mortadha, “perché utili all’accertamento dei fatti e pertinenti al reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per cui si procede”.

I pescherecci sono ancora sotto sequestro a Lampedusa in condizioni penose e il loro sequestro ha impedito ai pescatori, rimessi in libertà dopo una decisione del Tribunale di Palermo, una volta rientrati in Tunisia di provvedere al sostentamento delle proprie famiglie. Nel corso del dibattimento è emerso dalle testimonianze dei naufraghi che i 44 extracomunitari erano stati salvati in acque internazionali dai due motopescherecci tunisini, che li avevano tratti da un gommone in avaria e comunque in difficoltà a causa delle condizioni del mare, assai agitato, circostanza che imponeva un soccorso immediato. Da parte delle autorità di polizia si sono registrate invece dichiarazioni contrastanti sulla dinamica dei fatti, concordi soltanto nel ritenere punibile l’intervento di salvataggio dei pescatori tunisini. Le stesse contraddizioni che hanno portato all’assoluzione dei responsabili della nave Cap Anamur, imputati per un altro intervento di soccorso in mare, poche settimane fa.
Nessun rimprovero può muoversi nei confronti dei pescatori tunisini che hanno agito nel rispetto delle regole del diritto internazionale e del diritto interno, senza perseguire alcun vantaggio personale, ma mettendo a repentaglio dopo il loro intervento la vita ed il frutto del loro lavoro.
Prima di far salire a bordo i naufraghi, i pescatori tunisini comunicavano loro che dovevano contattare via radio Lampedusa. Le autorità italiane, avvertite immediatamente, autorizzavano in un primo momento l’avvicinamento alle coste italiane e solo una decisione politica sopraggiunta successivamente negava l’ingresso in porto.
Una vicenda questa dei pescatori tunisini, che come il precedente caso Cap Anamur ha prodotto il sicuro effetto di dissuadere le imbarcazione da pesca dal compiere interventi di salvataggio, o di ritardare gli interventi di soccorso, come tragicamente documentato dalle vicende dei numerosi migranti che arrivati fortunosamente a raggiungere le nostre coste hanno raccontato di imbarcazioni che non si fermavano per il soccorso mentre a bordo dei “barconi” la gente moriva di stenti. In un momento nel quale l’Italia e l’Europa sembrano avvitarsi nelle politiche di guerra contro i migranti irregolari, fino al punto di negare il soccorso in alto mare e di praticare 2 respingimenti collettivi, con il concorso di unità militari di paesi dittatoriali come la Libia, occorre seguire con la massima attenzione le fasi finali del processo di Agrigento contro i pescatori tunisini e rivendicare ancora una volta la loro innocenza, anche in nome delle migliaia di vittime della “lotta all’immigrazione illegale”.

fonte meltingpot.org

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